Pubblicato il: 1 novembre 2017 alle 16:05



È una delle maggiori conquiste delle democrazie libere e moderne. Il voto è protetto dalla nostra costituzione, è un diritto inviolabile e al tempo stesso un dovere civico. Ma il numero di quanti non si recano alle urne è in crescita ovunque. Perché le persone non vanno a votare? Il fenomeno è davvero preoccupante? E soprattutto, di che portata è?

L’astensionismo è in crescita, persino dove votare è un obbligo

Il tema dell’astensionismo domina da anni il dibattito politico. Elezione dopo elezione, tornata dopo tornata, la partecipazione elettorale del popolo italiano è diminuita in maniera sostanziale. Alle prime elezioni della camera dei deputati (1948) partecipò il 92,23% del corpo elettorale, nel 2013 la percentuale era del 75,20%, per la prima volta sotto la soglia dell’80%.

Purtroppo, è un dato di fatto tristemente incontestabile che in questi ultimi anni i nostri rappresentanti parlamentari abbiano messo a dura prova la nostra tolleranza.

No, non parlo della “sostanza”, dei contenuti, delle leggi, delle procedure; quella è un’altra storia, da rileggere in altri momenti. Parlo delle “forme” in senso stretto, del buon gusto istituzionale, della corretta educazione civica, dello spirito di Stato, del garbo verso gli elettori, del rispetto verso la Costituzione. Parlo della inaccettabile ineducazione dei nostri governanti. E parlo dell’oltraggio al valore del “voto”.

Il Suffragio Universale, ossia il diritto di voto riconosciuto a tutti, ricchi e poveri, colti ed analfabeti, uomini e donne, è stata tra le conquiste più importanti del mondo e della storia. Tra le più faticose e graduali: prima solo coloro che avessero un certo censo, poi solo che quelli che sapessero leggere e scrivere, poi solo gli uomini, da ultimo e finalmente anche le donne. Un percorso irto e lungo, iniziato nel 1848 con la Legge piemontese n. 680 e conclusosi nel 1946 con l’apertura delle cabine elettorali al sesso femminile.

Ma, è proprio vero che il nostro attuale sistema prevede il “diritto al non voto”?

Assolutamente no. L’art. 48, II comma, della nostra Costituzione statuisce testualmente: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.

Elevare a “diritto” quella che è, e rimane, una scelta strettamente personale, non sanzionabile ma certamente difforme dai doveri civici costituzionalmente previsti e regolamentati, è quanto di più inesatto possa dirsi in punto di diritto.

Ciononostante, è sempre più lunga e variegata la lista dei maleducati di governo che predica – a convenienza – la politica del “non voto”.

Nulla di nuovo. Ormai abbiamo fatto il callo a tante cose: ai politici ed agli uomini di governo che fanno il segno del “dito in …..” sul palco dei comizianti, a quelli che incitano la “marcia su Roma” o istituiscono un parlamento in concorrenza a quello nazionale, a quelli che si voltano dall’altra parte quando si canta l’Inno di Mameli, a quelli che vanno all’estero in seduta ufficiale e si lamentano di essere perseguitati da poteri interni (infelice antitesi de “i panni sporchi si lavano in famiglia”).

La volgarità eletta al rango di licenza politica!

Si continua anche a dimenticare – spetta a noi giuristi ricordarlo – che in Italia è tuttora vigente sia la Costituzione che il Codice Penale.

Della Costituzione abbiamo già detto.

Del Codice Penale – promulgato nel 1930 e non certo da un governo maoista – è bene tenere a mente che gli artt. 290-292 c.p. puniscono chiunque pubblicamente “vilipende la Repubblica, le Assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo o la Corte Costituzionale o l’ordine giudiziario”, o “la Nazione Italiana”, o “la Bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato” intendendosi per questi ultimi non già gli oggetti materiali in sé ma innanzitutto ciò che loro rappresentano nel loro valore simbolico (giurisprudenza di legittimità consolidata ed unanime).

Lasciamo ai politici – sotto la loro responsabilità civica e la loro personale “onorabilità” – la libertà di essere triviali pur di carpire un pugno di consensi elettorali.

Ma riserviamo per noi, noi cittadini, noi che sappiamo cosa significa “senso civico”, la salvaguardia delle importanti radici di civiltà che hanno piantato i nostri padri ed i nostri nonni.

Perché sta a noi, a noi ed a nessun altro, fare quadrato sulla dignità di un Paese che merita di rimanere tra i primi al mondo per cultura e signorilità.

di Calogero Jonathan Amato, Giurista