Pubblicato il: 18 marzo 2017 alle 06:31



Il mito di King Kong ha conosciuto varie incarnazioni al cinema. La più suggestiva rimane quella del 1933 di Schoedsack & Cooper, mentre il dittico targato De Laurentiis e firmato da John Guillermin (1976-1986) è oggi oggetto di dileggio da parte dei cultori dello scimmione gigante; per quel che concerne la versione di Peter Jackson (2005), pareva che dovesse lasciare un impronta più profonda. Senza contare, in mezzo, le tante rielaborazioni e contaminazioni giapponesi e i tentativi di parodia tipo Slok (esordio di John Landis). Adesso il mega-gorilla (più imponente che mai) è ripescato dal giovane regista prevalentemente televisivo Jordan Vogt-Roberts a evidente scopo di serializzazione (non uscite prima della fine dei titoli di coda), non escludendo un crossover qua (magari con Godzilla) e uno spin-off là.

Il godibile inizio è un chiaro omaggio a Duello nel Pacifico, con un soldato statunitense e uno nipponico che, nel 1944, se le danno di santa ragione sull’isoletta sconosciuta sulla quale sono rovinati. Che vi abitino creature semi-preistoriche abbastanza inospitali è illustrato da subito. Saltando direttamente al 1973, assistiamo, in pieno conflitto vietnamita, all’organizzazione di una raffazzonata missione esplorativa con bombe al seguito, composta da scienziati ambiziosi e militari – guidati da un ottuso Samuel L. Jackson – in azione diversiva a far loro da scorta, senza dimenticare lo scafato mercenario di turno (un pur professionale Hiddleston difficile da identificare con il ruolo) e la fotografa progressista (Larson, destinata a concupire il super-primate come fecero in passato Wray, Lange e Watts). Ovviamente l’invadente presenza umana causerà fatali squilibri al fragilissimo ecosistema, in qualche modo regolato proprio da Kong (“impersonato”, in performance capture, da Terry Notary e da Toby Kebbell, il quale indossa pure la divisa dell’isolato Chapman), spiegherà poi l’“indigeno” John C. Reilly.

I caratteri sono numerosi (in un cameo iniziale c’è perfino Richard Jenkins), ma è arduo non pensare agli attori in funzione di accessori (persino piuttosto appiattiti, a esser sinceri) di un enorme, spettacolare, chiassoso cartoon digitale, capace tanto di evocare nobilmente Apocalypse Now (non solo per la scena degli elicotteri: badate ai nomi di alcuni personaggi!) quanto di perdersi nella possanza – beninteso, impressionante – dei suoi effetti speciali, esaltati da un sapiente sonoro (in sala se ne nota l’importanza). Eppure è un film che parla – grossolanamente, d’accordo – di ecologia, di scempi archeologici, di cinema. Complicato determinare la consapevolezza del dosaggio di tali suggestioni.

Kong: Skull Island (id., USA, 2017) di Jordan Vogt-Roberts con Tom Hiddleston, Brie Larson, Samuel L. Jackson, John Goodman, John C. Reilly

Massimo Arciresi