Pubblicato il: 16 aprile 2017 alle 09:18



La colpa delle stragi e delle guerre non è di chi le compie ma di chi vede e non fa niente per fermare chi le fomenta. Dopo il massacro di bambini in Siria con gas nervini e la (forse fin troppo) tempestiva reazione degli Usa, sulle vittime di quell’attacco sono stati versati oceani d’inchiostro. Tutti a mostrare foto dei corpicini privi di vita e a discutere sull’utilizzo di armi non convenzionali. Da molto, troppo tempo, in realtà la morte di civili e di bambini è considerato un “effetto collaterale” del quale importa poco o niente: se ne parla solo quando serve come strumento geopolitico per prendere scelte illegittime (come bombardare uno stato sovrano senza alcun preavviso e senza motivazioni reali). Fino a pochi giorni fa, dei bambini morti in Siria non importava a nessuno. Lo dicono i numeri: solo lo scorso anno, i bambini che hanno perso la vita a causa della guerra in Siria sono stati almeno 652 (dati UNICEF). Dall’inizio del conflitto ad oggi sono stati migliaia. Tanti che i rappresentati dell’UNICEF in Italia hanno parlato di “ genocidio di bambini”. Già nel 2004, a raccontare gli effetti sui bambini delle bombe al fosforo bianco (pare utilizzate dagli Usa) a Falluja, fu Robert Fisk giornalista dell’“Independent”, che scrisse e mostrò a tutti gli orrori che avevano causato. Una strage ingiustificata e crudele che da anni macchia di sangue non solo la Siria ma paesi di tutti i continenti. E senza che nessuno finora si sia nemmeno preso la briga di contarli. Come a Kinshasa in Congo: i  bambini uccisi sono stati decine e decine, non con gas nervini o con bombe al fosforo. No: sono stati bruciati vivi davanti agli occhi dei loro genitori. Questa pratica in Africa è ancora diffusa: sono i bambini albini o di quelli ritenuti “stregati” (gli enfants sorciers), spesso provengono da famiglie povere o i genitori sono morti (l’aspettativa di vita per una congolese è di 47 anni) o sono combattere in una guerra che non fa notizia nei Tg (la guerra dimenticata in Congo ha già provocato oltre 3 milioni e mezzo di morti in cinque anni). Casi come questi vengono segnalati dagli inviati sul posto da anni, ma nessuno ha mai pensato di bombardare il Congo: “E’ incredibile: ogni giorno ci sono sempre più bambini buttati per strada dagli stessi familiari”, denunciava qualche anno fa il responsabile del centro per minori abbandonati “Lopango Ya Esengo”. “La gente è impazzita: accusa di stregoneria i piccoli handicappati o epilettici, i figli fragili, timidi o che balbettano. Ma anche i bambini particolarmente vivaci e intelligenti… Basta porre ai genitori una domanda inopportuna per essere sospettati di stregoneria”. E così in Afghanistan, in Iraq e in molti altri posti dove il peso di guerre e scontri viene scaricato sempre più spesso sui bambini semplicemente definite “vittime collaterali”. La lista dei conflitti in cui i bambini sono i primi a morire o a subirne le conseguenze è lunghissima. Albert Einstein una volta disse: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare”. A fingere di non vedere quanti sono i bambini che muoiono a causa delle guerre e delle “missioni di pace” sono tutti i paesi del mondo. Anche l’Onu aveva segnalato il problema: esattamente un anno fa, il 20 Aprile 2016, è stato pubblicato un rapporto dal titolo inequivocabile, Children and armed conflict 2015 (“I bambini e i conflitti armati 2015”). Gli analisti vi avevano incluso una sorta di “lista nera” dei paesi che “ammazzano bambini”.  Una denuncia pesante, i cui toni, però, sono stati smorzati quasi subito. L’allora Segretario generale delle NU, Ban Ki Moon a presentarlo: “Il rapporto descrive orrori che nessun bambino dovrebbe sopportare. Nello stesso tempo, devo considerare la prospettiva che milioni di altri bambini si trovino a soffrire crudelmente se, come mi è stato fatto notare, certi Paesi dovessero ridurre i fondi per i programmi dell’Onu. Bambini che sono già a rischio in Palestina, Sud Sudan, Siria, Yemen e in tanti altri posti vedrebbero aumentare la loro disperazione”. Ban Ki-moon andò oltre richiamando l’attenzione sul fatto che spesso gli abusi hanno luogo anche durante le operazioni di contro-terrorismo o pace-keeping e in occasione dei bombardamenti aerei. “Anche la guerra ha le sue leggi. Gli ospedali e le scuole dovrebbero essere protetti. I civili dovrebbero essere risparmiati, e i bambini non dovrebbero essere usati per combattere”. Nella stessa occasione Leila Zerrougui, Segretario generale per I bambini nei conflitti armati tenen a precisare che “Il Mandato Speciale per la Rappresentanza dei bambini nei conflitti armati è stato creato vent’anni fa per porre fine alle violazioni, ma molte di queste proseguono”. A definire le dimensioni del problema fu e Anthony Lake, Executive Director dell’UNICEF, che diede anche i numeri: “Al momento, circa 250 milioni di loro vivono in paesi lacerati dai conflitti, 30 milioni hanno dovuto lasciare le loro case e molti altri sono stati fisicamente e psicologicamente traumatizzati”. Numeri spaventosi che non si risolveranno certo con il lancio dei missili in Siria o sganciando sull’Afganistan quella che è stata definita da molti “la più grande bomba non nucleare mai utilizzata”. Bombe, missili e distruzioni: un modo davvero strano di proteggere i bambini, ma soprattutto inefficace. Lo dicono i numeri del rapporto delle NU: gli scontri in cui sono rimasti coinvolti bambini non sono diminuiti, anzi sono aumentati.

C.Alessandro Mauceri