Pubblicato il: 28 ottobre 2015 alle 08:15



E’ il 20 marzo 1994, in televisione è già stata data la notizia della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio, in Somalia, in un agguato. In casa Alpi il televisore è spento: una telefonata, arrivata alle 15, spezza il silenzio di una domenica pomeriggio. Al telefono è una collega di Ilaria, Bianca Berlinguer: «Luciana, devo darti una brutta notizia… Ilaria è morta ». Intanto, l’ Ansa ha già dato la notizia, firmata dal corrispondente Remigio Benni: «Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del “Tg3” Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni ». Pochi minuti dopo, il secondo lancio Ansa delle 14.43 (ora italiana, l’orario a Mogadiscio è avanti di due ore) parla «di un vero e proprio attacco per uccidere».
«20 marzo 1994, ore 14.43. Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Una fonte dello Stato maggiore dell’Esercito ha confermato la morte dei due giornalisti italiani, precisando che si è trattato “di un vero e proprio attacco per uccidere”… ».
Si parla subito di un testimone oculare: «20 marzo 1994, ore 15.12. Somalia: uccisi inviata “Tg3” e operatore a Mogadiscio – l’inviata del “Tg3” Ilaria Alpi e un operatore televisivo sono stati uccisi oggi a Mogadiscio. L’uccisione è avvenuta a poche centinaia di metri dall’hotel Amana e dall’ex ambasciata italiana – attualmente sede di un comando della polizia somala – dove la “Land Rover”[Toyota, ndr] con i due giornalisti è stata attaccata da un gruppo di somali armati. «È stato senz’altro un agguato», ha detto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che è stato tra i primi a giungere sul posto. Secondo una prima ricostruzione l’episodio è accaduto tra le 14.30 e le 15 (ora locale) mentre Alpi e l’operatore provenendo da Mogadiscio sud raggiungevano probabilmente la postazione satellitare dell’Ansa installata nell’hotel Amana. «Non c’è stata sparatoria», ha detto un testimone oculare, «perché i giornalisti non avevano scorta armata».
Le autorità italiane sono assenti: il generale Carmine Fiore, comandante del Contingente italiano in Somalia, riferisce ciò che ha appreso da Marocchino, “individua” i colpevoli in un gruppo di fondamentalisti, sa che quella stessa sera sarebbe dovuto andare in onda un servizio: «20 marzo 1994, ore 17.51. “Erano in sei”, racconta Fiore, che riferisce la testimonianza di un autotrasportatore italiano, “armati, a bordo di una “Land Rover”. Hanno superato e bloccato l’auto dei giornalisti italiani e obbligato la scorta armata (due civili somali) ad allontanarsi. Solo allora hanno fatto fuoco. Ilaria Alpi si è coperta il viso con le mani, quasi a proteggersi: un proiettile le ha attraversato il capo. Sempre al capo un altro proiettile ha raggiunto e ucciso l’operatore». Il generale Fiore non ha dubbi: «A mio parere a sparare è stato un gruppo di fondamentalisti. La loro jeep era stata vista, dai caschi blu pachistani che controllano l’ultimo check-point, seguire l’auto dei due italiani». L’agguato è avvenuto all’altezza dell’ex ambasciata italiana, poco distante dall’hotel Amana, dove Ilaria Alpi e l’operatore erano diretti, probabilmente per mettersi in contatto con il proprio direttore, al “Tg3”, usando il telefono satellitare dell’agenzia Ansa. «Erano stati per tre giorni a nord della Somalia », racconta ancora Fiore, «per un servizio giornalistico che sarebbe dovuto andare in onda questa sera». Subito dopo l’agguato i due giornalisti sono stati soccorsi da Giancarlo Marocchino, l’autotrasportatore italiano, il quale ha provveduto a trasportare i corpi al Porto vecchio. Qui era pronto per l’imbarco l’ultimo gruppo di militari italiani. «La situazione è pesante a Mogadiscio», ha detto Fiore. «Stiamo raggruppando tutti i giornalisti italiani al Porto vecchio per imbarcarli sulla “Garibaldi”, dove sono già state sistemate le salme dei loro colleghi uccisi».
Sono passate da poco le venti, e di nuovo il dispaccio dell’Ansa parla di esecuzione: «20 marzo 1994, ore 20.08. Somalia: giornalisti italiani uccisi, un’esecuzione – Le circostanze dell’uccisione di Alpi e Hrovatin sembrano non lasciare incertezze sul dato che doveva essere stata organizzata. La “Land Rover” blu che ha bloccato e affiancato la vettura dei due giornalisti presso l’hotel Amana, a Mogadiscio nord, era stata notata dai soldati del posto di controllo pachistano dell’Obelisco, a meno di un chilometro dal luogo dell’episodio. Non è stata controllata, come avviene ormai da tempo, nonostante avesse sei armati a bordo, un vero e proprio commando, che aveva probabilmente seguito l’auto dei giornalisti da quando era partita dall’albergo Al Sahafi, a Mogadiscio sud. Se sarà riconfermata la ricostruzione fatta dal comandante del Contingente italiano, generale Carmine Fiore, i due somali armati che scortavano i giornalisti sono stati costretti dagli aggressori a scendere dall’automobile, prima di sparare. Subito dopo le raffiche di mitragliatore all’interno dell’abitacolo».
Un minuto dopo, alle 20.09, segue questo “lancio” che ipotizza anche il movente dell’omicidio: «Subito dopo l’attacco e l’uccisione, una folla si è radunata attorno alla vettura. Qualcuno, incurante della tragicità della scena, ha tentato di portare via la telecamera [Hrovatin non aveva con sé la telecamera, ndr] e qualche effetto personale della giornalista, ma sono stati subito fermati da altri somali della zona. L’episodio crea dubbi anche sull’opportunità del lavoro dell’informazione a Mogadiscio: i nomi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si aggiungono a quelli dei fotografi Hansi Kraus (30 anni, tedesco), Hos Maina (38) e Dan Eldon (22), entrambi inglesi, e del fonico kenyano Anthony Macharia, trucidati il 12 luglio scorso. I dubbi possono essere mitigati: il portavoce di Aidid, Awale, ha osservato che forse l’uccisione dei due giornalisti del “Tg3” potrà accelerare i colloqui in corso a Nairobi. Stasera è già stato annunciato dalle fazioni che martedì sicuramente sarà presentata alla stampa la dichiarazione di intenti per la formazione di un governo in Somalia (sono previsti un presidente e quattro vice-presidenti). Se è così, il presunto scopo di turbare la possibilità di un accordo tra i contendenti sembra fallito. I somali sembrano molto attenti alla funzione dell’informazione e forse questa, anche se in negativo, può essere la chiave di interpretazione del tragico episodio di oggi: Ilaria e Miran potrebbero aver raccolto documenti “compromettenti” per qualcuno».
Ricapitoliamo. Ciò che si legge nelle righe dei dispacci dell’agenzia nelle ore che seguono l’omicidio non lascia dubbi: subito si parla di omicidio premeditato. L’auto è stata infatti seguita, come hanno dichiarato i militari dei check-point; si è trattato di una vera e propria esecuzione mirata alla persona: i due somali che accompagnavano Ilaria e Miran ne sono usciti illesi; è stato ipotizzato anche il movente: «Ilaria e Miran potrebbero aver raccolto documenti “compromettenti” per qualcuno». Tuttavia, bastano pochi giorni per passare da quello che è stato definito un omicidio su commissione al delitto casuale. Già a fine marzo del 1994, come si evince dalle notizie diffuse dall’Ansa, sono tante le ipotesi che vengono formulate: un attentato ad opera di fondamentalisti islamici, una rappresaglia contro i militari italiani, un tentativo di sequestro, un tentativo di rapina . Ecco il lancio Ansa del 29 marzo 1994 dell’inviato Remigio Benni: «Somalia: altre ipotesi su uccisione inviati Tg3- […] l’intrigo di ipotesi sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avvenuta domenica 20 marzo a Mogadiscio diventa sempre più complesso mentre si intensificano le indagini per venirne a capo. […] voci raccolte oggi nella capitale, secondo le quali l’agguato ai due giornalisti del Tg3 sarebbe un ennesimo atto di ostilità contro gli italiani, accusati nei mesi scorsi di aver fornito armi al leader di Mogadiscio sud, Aidid. Questa ipotesi, che ha l’aria di essere stata diffusa per screditare il gruppo dirigente di Mogadiscio nord – Ali Mahdi ed una parte dei suoi sostenitori – si affianca a quella di un contrasto di interessi all’interno di uno dei clan minori presenti a Mogadiscio, quello dei Musurade. Risentimenti tra esponenti di questo clan avrebbero portato ad organizzare un attentato (forse nato solo come tentativo di rapimento, poi degenerato) contro i giornalisti italiani, vittime del tutto occasionali».
Facciamo un passo indietro. I nostri soldati il 20 marzo 1994 si preparano a lasciare la città. Sono andati in Somalia per una missione internazionale di pace (Restore Hope), decisa dall’Onu il 3 dicembre 1992 (risoluzione 794). Una missione che sarebbe dovuta servire a portare la pace lì dove Siad Barre con la sua dittatura durata anni ha portato la guerra: una guerra civile che prende le mosse nel gennaio 1991. Mogadiscio è divisa da una “linea verde” che la taglia in due: la parte nord è sotto il controllo di Ali Mahdi (clan Abgal), autoproclamatosi presidente ad interim della Somalia a Gibuti nel luglio 1991; la parte sud è sotto il potere di Mohamed Farah Aidid. In questa città, il 20 marzo 1994, si “spegne” il senso di giustizia: quella giustizia cercata da Ilaria e Miran che non potranno più raccontarlo.

di Serena Marotta